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Avevo già una bici (una MTB Carraro acquistata di seconda – o terza?- mano da un amico), oltre che una sana e irrinunciabile passione per la natura, il movimento e le attività all’aria aperta. Negli ultimi anni la bici ha preso sempre più piede tra i miei amici più cari, che sono passati dall’uso saltuario durante i week-end estivi a un allenamento più sistematico, caratterizzato da uscite più lunghe e gite sui tornanti che collegano la città ai borghi abbarbicati sulle nostre montagne. Io, invece, continuavo ad essere fruitrice prevalentemente estiva, diretta nell’unica zona pianeggiante a portata di pedale, soprattutto per la voglia e la necessità di scrollarmi di dosso ore grigie di ufficio, caratterizzate da file excel e presentazioni power point…

Col passare del tempo sono arrivate le prime gite di più giorni, che vedevano protagonisti il mio compagno e i miei amici, la cui preparazione atletica spaziava dall’incosciente-inconsapevole ciclista improvvisato ai più esperti con tanti km nelle gambe, che ai miei occhi sembravano veri e propri eroi, nel loro disinvolto accorrere su e giù in aiuto nelle salite con le pendenze più impegnative e all’inevitabile inesperienza degli altri nel gestire fame, energie e motivazione. In queste gite io volevo esserci, alla scoperta della mia terra, delle sue strade deserte e incantevoli, e insieme ad altri mi candidavo ad essere ammiraglia, ad alleggerire il carico degli eroi sotto il sole cocente, a dispensare acqua e provviste, a condividere cene spensierate e momenti gloriosi di conquista dei passi e dei dislivelli più duri.

Il tenore dei pensieri a bassa ed alta voce che mi accompagnavano in queste gite entusiasmanti e divertenti era “che eroi! Come mi piacerebbe essere tra loro…non ce la farò mai”. Dopo la terza gita da ammiraglia e dopo un uso sempre più costante e “necessario” della mia vecchia Carraro, decido di investire nell’acquisto di una bici nuova, questa volta sarei stata io a sceglierla, sicura che questo gesto avrebbe determinato un intensificarsi delle mie uscite e un uso più frequente di questo mezzo magico e fantastico. Scelgo e ordino la mia bici in un paio di giorni, la bici arriva. È lei: stilosa, nuova, urbana! Le do un nome appena la vedo, viene ad abitare nel nostro soggiorno, a ricordarmi ogni giorno che è lì, pronta ad essere usata anche per andare al lavoro (pensiero folle, per la città in cui vivo … non a caso denominata “città delle 100 scale”). E così inizia la mia storia con Freya, che mi porta in discesa fino al lavoro e che mi costringe mio malgrado ad allenarmi per rientrare a casa percorrendo 5 km in salita … i colleghi mi guardano con circospezione, i giorni passano, le gambe rispondono, la soddisfazione cresce. Qualche piccolo infortunio e l’inverno lungo e rigido mi costringono a stop periodici, fino alla scorsa primavera, quando una serie di elementi si incastrano a farmi compiere il passo decisivo, e ad intensificare le mie uscite: le grigie ore di ufficio non ci sono più, la decisione di intraprendere un viaggio in bici occupa sempre più spazio nel mio tempo e nei miei pensieri, le mie energie psico-fisiche convergono verso la bici a 360 gradi. Ed ecco che nasce ciclOstile, che Freya inizia a macinare chilometri, divisi tra passione e sacrificio, finché alla prima occasione smetto di essere ammiraglia e vivo con soddisfazione il mio primo ciclo-tour di 2 giorni, che mi consente di battere diversi record personali: mai fatti 90 km, mai affrontati 1600 metri di dislivello, mai stata in sella per tante ore, mai pedalato per due giorni di fila con il peso delle borse, mai usato la bici così carica, mai sentita più libera e felice, mai stata così presente a me stessa, mai stata più consapevole ed emozionata per la compagnia di una coccinella …

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