Controra
di Roberta Luongo

La controra è un concetto. Ogni meridionale lo sa. È una questione atavica dai mille nomi, la calura impossibile tra le due e le quattro del pomeriggio, nell’aria obliqua dei miraggi, quando le forme dure si inclinano come i cucchiai sotto lo sguardo magnetico di Houdini.
I binari, che spaccano in due questo paese di mare, diventano due grossi anaconda neri e roventi che trapassano pinete e sottopassaggi. I ponticelli di tavole scricchiolano sotto gli zoccoli di chi non ha casa e fugge la controra nella pineta. Gli ombrelloni aperti sulla spiaggia, secchielli e palette mezzi sepolti, borse di paglia e cappelli, tutto abbandonato a se stesso. Il gestore del lido dorme di faccia nel ventilatore, la moglie lo scuote, «così ti viene la cervicale» gli dice passandogli accanto, non è neanche molto convincente, glielo dice per il dovere di dirglielo ma poi si getta sulla sedia di plastica dall’altro lato del ventilatore, fa una smorfia mentre allunga le gambe ed incrocia le mani sulla pancia. Il marito sembra una specie di rinoceronte mummificato, con la canottiera con lo sponsor del lido appiccicata addosso. La controra.
Le persiane di legno chiuse o semichiuse, tutte le porte aperte per far fare corrente, i miei dormono stravaccati sui letti, le lenzuola sembrano di lana, mia sorella Concetta legge Topolino sulle panche della cucina, oggi insieme davano la bussola da montare sulla bici. Non si respira ma gli impavidi escono a quest’ora, anche se è la controra o forse proprio per questo. Sono d’accordo con Danilo e Rosario. Ci vediamo alla fontana della piazza, vicino la chiesa. Esco di casa in punta di piedi, col berretto con la visiera attaccato alla cintola dei pantaloncini. Apro la porta con tutta la delicatezza di cui sono capace mentre mia sorella fa finta di niente: tornando dalla spiaggia mi sono comprato la sua complicità con due pacchetti di figurine che ho preso dal giornalaio vicino al passaggio a livello.
Quasi quasi mi prende un colpo, mia madre, che c’ha il sesto senso come i gatti, mi chiama dalla stanza da letto «Francé dove vai a quest’ora, non passa n’anima per strada!»
«Sto qua sotto Ma’» e calco d’istinto la bussola nella tasca del pantaloncino, per nasconderla meglio. Esco sul terrazzo, mi metto le scarpe ma ho i piedi lisci di salsedine e sabbia che mi danno fastidio. Anche le stringhe dei sandali sono strane, sono indurite, sarà stato ieri quando li ho bagnati nel mare…
«Francè dove vai» dice mio padre nella penombra dell’ingresso, con la postura ingobbita di chi stava dormendo e si è alzato di colpo; da come stringe gli occhi non mi vede neanche bene secondo me, oppure è incazzato nero.
«Pa’ vado a fare due giri intorno alla piazza con la bici, ci sono pure Danilo e Rosario.»
«Se ti allontani, quant’è vero Iddio è meglio che non ti ritiri» dice lui, che sembra paradossale, ma non lo è, ve lo giuro.
Scendo la scala e salto sulla bici, apro il cancello e faccio la strada fino alla chiesa. Mi ostino a stare in sella ma in realtà mi viene faticoso, qui è pieno di alberi e le radici stanno alzando l’asfalto. A terra è colmo di pigne, Concetta di solito le rompe con le pietre per mangiarne i pinoli. Quando arrivo alla fontana dietro la chiesa, i miei amici stanno già riempiendo le borracce delle Mountain Bike. La mia bici è color ruggine e c’ha il cestino davanti. Prima mi vergognavo perché è da femmina ma poi, l’altro anno, ho vinto la gara contro quelli di Sibari che avevano le bici da Cross, addirittura. E mo tutti vogliono fare i giri sulla mia bici ma io non ci faccio salire nessuno. Così imparano.
«Oh mio padre ha detto che non ci dobbiamo muovere da qui» dico sistemando la bussola sul manubrio, lego il cinturino di gomma stretto stretto.
«Si vabbé, pure mia madre l’ha detto ma già russa come un trombone, non la sveglia manco quello dei materazzi! Materazziiii, Materazziiii a molleee!!! Ma lei mica lo sente! Dorme, quindi fino alle quattro, quatto e mezza stiamo apposto» dice Rosario.
Annuisco, sono d’accordo. Guardo Danilo, anche lui la pensa uguale.
Abbiamo anche la bussola stavolta, le ruote le abbiamo fatte gonfiare ieri dal benzinaio. L’acqua della fontana è fresca. Ho il cappellino per il sole e sono già abbronzato. Nel marsupio di Rosario infiliamo le chiavi del lucchetto, un gettone per il telefono e una duemila lire di carta. È il nostro kit per tutte le evenienze e per comprare il ghiacciolo con la stecca alla liquirizia alla salumeria sotto casa di Rosario.
«Possiamo partire» dico mentre sto per darmi la spinta sul pedale destro.
«Oh – dice Rosario – ma materazzi con la zeta o con la esse?»
«Con la esse, cazzone» gli risponde Danilo e si mette in testa.
A quest’ora, Villapiana Lido sembra un paese abbandonato in mezzo al deserto. Tu sei sulla superstrada e ad un certo punto incontri Villapiana in direzione Sibari. A destra, terra, sterpaglie, cadaveri di palazzi in costruzione, mezzi incendiati, non si capisce! E a sinistra la pineta anche se poi di colpo compaiono le villette a schiera che stanno a braccetto con la ferrovia, e, a destra, una fila di palme, due alberghi scognati, un paio di ristoranti, il giornalaio, la salumeria – con i salvagente, i materassini e i Super Santos appesi sotto l’asta del tendone scolorito – un arcobaleno di colori e di plastiche, insomma, prima della mimetica verdognola e marrone del benzinaio e poi dopo boom, non c’è più niente, è finita così.
Sono gli anni ottanta.
Facciamo un paio di giri intorno alla piazza, tanto per camuffare le nostre intenzioni e depistare gli eventuali spioni, dopo di che ci inoltriamo nelle traverse in direzione nord, nord-ovest. Disseminate qui e lì ci sono le cabine telefoniche, ogni due sere, prima o dopo cena, io vado in avanscoperta a fare il palo per tenere il posto in fila, non sia mai che non chiamiamo mia nonna per dire «We ma’, tutt’apposto? Qui fa caldo, fa caldissimo e lì?» A volte arriva il mio turno e i miei non arrivano in tempo, roba da matti! Allora ho preso a portarmi il gettone così, quando rimango da solo davanti la cabina, la faccio io la telefonata e dico «We no’ tutt’apposto? Qui fa caldo, caldissimo e lì?»
Ma adesso è la controra e anche le cabine languono in quest’immobile afa di luglio.
Sorpassiamo la gelateria BiancoNero, destra, sinistra, sinistra destra, e ci tuffiamo nella piazza dove tra qualche ora monteranno il mercato. È tutta un’orchestra tra freni, pedali e catena. Passiamo l’ultimo baluardo di vita umana, il residence Le Ginestre, dicono che dentro ci sta pure la piscina! Passando, poco distante dalle porte del Residence, scorgo una signora che legge Gente sulla sedia imbottita della parrucchiera, c’ha i bigodini e la mantellina di incerata rosa attaccata dietro il collo. Un flash e piombiamo nella campagna aperta, gialla e verde, con i moncherini di alcuni cancelli mezzi mangiati dalla ruggine che danno sul niente. Chissà perché stanno lì. Mi metto in testa al gruppo, dopotutto sono io quello con la bussola sul manubrio, e puntiamo verso le colline lontane, che compaiono e scompaiono nella luce accecante. Canneti e rovi, rovi e canneti, d’un tratto una biscia ci taglia la strada, inchiodo di colpo e dico «dai piglia una pietra piglia una pietra!» ma la biscia è più lesta e ci frega sul tempo. «Seh, io i serpenti non li tocco manco morto» dice intanto Rosario e io faccio spallucce. Ci allontaniamo parecchio e il sentiero fa sempre più schifo, la lamiera del copriruota della mia bici sbatte contro le sbarre del portapacchi ad ogni buca che prendo. Gira qui e gira lì, mi sa che la bussola non funziona bene e ci perdiamo. Qui, per un brevissimo tratto che ci lasciamo subito alle spalle, l’erba è più bassa, la zona meno selvatica ma l’aria è pesantissima, ci arpiona alle spalle in salita e ci tira indietro per disarcionarci dalle bici. «Oh, ma dove stiamo andando?» dice Danilo affannato e poi aggiunge «aspè se n’è uscita la catena dalla corona.»
È quasi un sollievo poterci fermare. Io e Rosario mettiamo il cavalletto alle bici e ci sgranchiamo le gambe mentre Danilo armeggia vicino la catena grassa di olio.
«Ma secondo voi le formiche rosse in realtà sono ragni?» chiede Rosario piegato con le mani paffute che quasi gli affondano nella carne delle cosce. «Rosà sembri una salsiccia gigante, e comunque se erano ragni li chiamavano ragni» rispondo io ma subito guardo Danilo per vedere che fa: è inginocchiato e con una mano gira il pedale mentre con l’altra tiene fermo l’aggeggio del cambio-marcia che c’è vicino la catena. Danilo è concentrato ma trova il tempo, e di questo gliene sono grato, per annuire rispetto alla mia affermazione sui ragni e le formiche, così mi sento più forte e incrocio le braccia.
«Boh – risponde Rosario dubbioso e poi aggiunge – guardali guardali, hanno le zampette come i ragni però!» fa per prenderne uno ma finisce per schiacciarlo col dito.
«Senti Francé che dice la bussola? Dove siamo diretti?» mi chiede Danilo.
«Dritti a nord-ovest» mento tranquillo, in realtà la lancetta non si è mai spostata e le mie speranze decadono definitivamente al ritorno, quando mi rendo conto che la bussola segna sempre la stessa posizione. Forse è il caldo che l’ha fusa.
«Oh lo sentite? Che cos’è sto rumore?» chiede d’un tratto Rosario che ha lasciato perdere le formiche rosse e si è messo in ascolto tendendo l’orecchio.
«Le cicale, mi sa» rispondo senza farci troppo caso e alzando la terra con la punta dei sandali.
«No, no, è un rumore diverso» insiste Rosario ed entra nell’erba, spezza una canna e si fa spazio fino ad una cucciolata di cani, ecco cos’era il rumore! «Sono piccolissimi!» esclama lui e anche se la curiosità mi sta vincendo io nell’erba alta non ci entro manco se mi pagano. Danilo fa qualche passo, ed è già a metà strada tra me e Rosario quando Rosario, riflettendo ad alta voce, dice «No, andiamocene, sono troppo piccoli se torna la madre ci fa le chiappe a scolapasta!» Scoppio a ridere ma quasi mi prende un infarto, non capisco subito, l’erba è alta e loro ci stanno dentro fino al torace, chi di loro due sta gridando?
«Mi ha morso, mi ha morso, mi ha morso, cazzo, mi ha morso!» sembra un disco rotto, e non capisco bene se sta dicendo mi ha morso oppure l’ha morso.
Il cane è tornato? D’istinto afferro la bici da terra, neanche me ne accorgo ma sono già in sella con i sensi tutti allertati ma dall’erba non vedo sbucare nessun cane. Rosario e Danilo mi sono già accanto, ma hanno qualcosa di sbagliato sulla faccia, un terrore osceno, un ghigno che il sole rende ancora più fatuo. Li squadro dalla testa ai piedi, più Rosario che Danilo, ma non so che cosa guardare; da nessun lato sento la bestia ringhiare. Che succede? Che succede? Poi guardo bene Danilo, ha i pugni serrati e spinge in fuori il piede destro senza osare guardarlo. Due buchi rossi gli segnano la caviglia, piccolissimi. Li focalizzo inorridito poi lo guardo fisso negli occhi mentre Rosario mette le cose a parole, «ha pestato una vipera – dice – e quella l’ha morso.»
«Ti fa male?» gli chiedo ma intanto sto pensando di tutto, e più di ogni cosa un martello mi scassa la testa al pensiero che ci siamo allontanati e che il morso della vipera è mortale. Rosario dice «tiriamogli il veleno!» ma non sono sicuro che sia una buona idea, intanto Danilo ripete che gli fa male, gli vengono i crampi, si sente la gamba di piombo. Allora non capisco più niente e pronuncio un lapidario «siediti a terra», corro avanti e indietro, strappo dei rovi e mi si conficcano le spine nelle mani, neanche le sento, ho l’adrenalina che mi sta facendo impazzire, gli lego i rovi intorno al polpaccio, lui neanche fiata. Tiro tre canne, le spezzo a metà e gliele lego lungo la gamba con la cinghia del marsupio di Rosario che, capendomi al volo, me la passa all’istante. Ritorniamo indietro a rotta di collo, con Danilo caricato sul mio portapacchi, il peso è eccessivo e si buca la gomma, sforzo la bici all’inverosimile; Rosario corre avanti più che può ma è un grassone maledetto e mi precede di poco nonostante io arranchi con Danilo che mi conficca le mani nei fianchi ripetendo «Vai Francé ti prego, ti prego.» Finalmente sono all’altezza del Residence, davanti a me vedo Rosario buttare la bici di lato, si precipita dentro il negozio della parrucchiera urlando «l’ha morso la vipera, l’ha morso la vipera!» Senza neanche capire, due donne si gettano in strada e ci vengono incontro, «oh Gesù Santissimo» dice quella con i bigodini e l’altra rientra a chiamare il 118.
«Francé, secondo te muoio?» mi chiede finalmente Danilo.
«No Danì ce l’abbiamo fatta, dopo però lo meniamo a Rosario?»
Danilo ride alla grande e prima di perdere i sensi mi dice «questa è stata epica!»
Rigiro la bussola di Topolino tra le mani, l’ho trovata ieri in una scatola in soffitta dietro le borse di paglia per il mare e me la sono messa in tasca. Senza la mia bici da femmina chissà come sarebbe andata a finire. Tra poco scendiamo in spiaggia a prendere il solito ombrellone, seconda fila a destra, Lido ****, a Villapiana Lido. Oggi la controra trascorre velocemente, abbiamo sistemato le cose nell’armadio, e io sto oliando i cardini della porta del balcone, sono quasi le quattro. Abito al residence Le Ginestre, ho comprato casa qui e comunque quella storia della piscina era vera! Sorrido tra me e me e guardo Lucia, Chiara e Giovanni, dodici, tredici e quindici anni. Sono stravaccati sulle sdraio del balcone, c’è un’arietta piacevole. La televisione è accesa ma nessuno la sta guardando, il volume è bassissimo e su Italia 1 passa quel film con i quattro ragazzini americani, premo sul tasto centrale del telecomando e mi accerto che si intitoli Stand By Me; eh-eh, penso, mi ricordavo bene! Mia moglie sta riempiendo la lavastoviglie. Chiedo se la tv si può spegnere ma mi fanno segno di no. Così li guardo uno ad uno: Giovanni è attaccato a Candid Crush Saga da due ore e le altre due chattano su fb… bene dico, d’altra parte sono cambiati i tempi, ma non nego che mi viene un po’ di sconforto.
«Quella volta che a zio Danilo l’ha morso la vipera… » inizio mostrando la bussola di Topolino.
«Sì, ce lo dici dopo pa’…» taglia corto Chiara, su fb succedono cose più eccitanti, pare.

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