L’APPIA LUCANA – UN VIAGGIO NEL TEMPO

 

Uno sguardo alla sveglia, erano le 7,30 e l’ho appena spenta, ce la faccio a uscire con gli altri. 8,58, altro che appena spenta, non ce la posso fare per le 9emmezza, ho ancora la testa ballerina, le gambe vuote, la serata allegra dà il suo conto.

Vabbè, non è che avessi tanta voglia di stare con gli altri, orso come sono diventato, eppure quando capita mi diverto, ma non capita spesso. Mi ripiglio con calma, poi mi faccio i miei soliti 50 km fino a Bosco La Piana, se non c’è troppo vento mi allungo a Cupolicchio. La via Appia direzione Tricarico non è mai banale, l’ultima volta che ci sono stato era già pieno di coloratissimi ciclamini margherite e fiorellini precoci. Oggi è San Valentino, la primavera anticipa quest’anno, uno degli inverni più miti di sempre, non va bene ma per noi ciclisti è una pacchia.

Sul come ci si veste in questa e nelle altre stagioni dell’anno per andare in bici potrei scrivere una guida. Non mi sbaglio quasi mai, brutto vestirsi troppo ancor meno patire il freddo, forse un giorno lo farò, la guida intendo. Per oggi va sicuramente bene il giubbotto e la calzamaglia leggera, con l’intimo invernale quello più leggero, ci saranno 10 gradi piuttosto ventosi, ma ormai abituato come sono a muovermi anche di notte con la bici elettrica il freddo non fa paura. La mantellina me la porto anche se non dovrebbe servire, mi tengo sotto i mille metri di quota e c’è il sole, non credo di prendere l’acqua che pure sarebbe prevista. E poi con l’abbigliamento di oggi è una favola, ai miei tempi, 30 anni fa, ci imbottivamo di strati di maglie e giubbotti di lana, se beccavi l’acqua tornavi a casa 5 kili più pesante.

Sono in bici, ho mandato un messaggio a Gabriele, chissà se mi viene incontro. Da solo è bello ma in 2 o 3 di quelli giusti è certo meglio. E poi lui non sta uscendo tanto e potrei dargli un po’ d’orzo, sti pivellini con 20 o 30.000 km nelle gambe che mi fanno morire per stargli dietro e insomma, ogni tanto c’è bisogno di rimettere le cose in chiaro.

Cazzo che vento, qui sulla fondovalle di solito scendo a 40, devo pedalare per andare a 25. Andare a Cupolicchio abolito, neanche se trovo compagnia, troppo brutti quei 2 kilometri di salita al ritorno, quando la bici non scorre non c’è sfizio. Non capisco quelli che cercano sempre le sfide e le salite e le pendenze, anche quando correvo raramente  cercavo le rampe più appese, vivendo a Potenza la salita è una costante e a volte un incubo, quando hai la scimmia addosso e non vai più su, anche la bici diventa triste, neanche l’idea della lasagna che vorresti trovare a casa appena sfornata può consolarti.

E quindi faccio quei 3 kilometri fino al passaggio a livello di Centomani e poi torno indietro per Bosco La Piana, non metto insieme 60 km ma pochi di meno.

Volubile come sono diventato cambio programma, mi allungo verso Tito Scalo, arrivo alla Torre di Satriano e torno, oppure vado a Baragiano Scalo, faccio addirittura una decina di kilometri di pianura, questa sconosciuta. No però al ritorno la salita di Tito non la digerisco, quella di Picerno anche meno per quello, però di qua si va bene, mi prendo il vento in faccia ora poi pure se mi cuocio al ritorno vado tranquillo. Sai che c’è, saranno anni che non vado a Ruoti, altra salita indigesta anche quella, 15 kilometri ventosi che non mollano quasi mai tranne dentro Ruoti, ma il giro è bello.

Massì, fammela fa sta cazzata, a zero con l’allenamento proprio non sono, e poi da solo mi cucino raramente, basta che non guardo troppo il computerino e giro un po’ le gambe coi rapportini. E poi che sono, manco 65 kilometri, un tempo sarei andato per le Crocelle, sarei passato da papà al cimitero che l’ho fatto solo una volta in bici, bambola indimenticabile quel giorno, non mi sono mai messo a piangere nelle mie numerosissime cotte, ma quella volta c’è mancato poco.

Cazzo è sta macchinuccia dietro che mi sta sotto sotto, sembra na pandarella bella vecchia, sarà mica Vcienz, fammi dà n’occhiata. Minchia è proprio Vcienz, mi abbassa il finestrino dal lato destro, gli dico aspetta che vengo di là che mi attacco un po’ come ai bei tempi, co sto vento non vado manco a 20. Vcienz, quante ne abbiamo passate insieme, quando ho cominciato era un mito, pensavo che con quello scatto e quella sparata che si ritrovava non avrei mai potuto batterlo, dopo un paio d’anni mi bruciava un casino se non lo staccavo e poi me lo ritrovavo a irridermi al gpm, potevo nascere anch’io un po’ meno generoso in bici e un po’ più succhiaruote e soprattutto un po’ più veloce, quante volte sono arrivato a giocarmi la vittoria in volata già sapendo di perdere, come puntualmente avveniva….. Vcienz mi dà una discreta mano con la macchina, mi appendo, un tempo avrei fatto un po’ di dietromotore, col suo aiuto avrei chiuso il giro con più di 30 di media, oggi va bene se faccio i 25. Una mezzoretta di più in bici, basta arrivare tranquillo sopra al valico ai quasi 1.200 metri, poi tornare a casa è una picchiata.

Quante ne abbiamo fatte insieme, con lui in ammiraglia ne ho vinte anche diverse, c’è stato quasi sempre nelle mie corse più belle. Oggi fa il tecnico in seconda della nazionale juniores, non so quanto ne sa di watt ma credetemi, se vede da lontano un corridore, lo riconosce subito che tipo è e quanto vale. E si sbaglia poco.

Salutato Vcienz che portava ad addestrare il cane in montagna, la discesa di Picerno, infilo i guanti in un niente, c’è molto vento e le mani devono stare bene a posto sul manubrio. La strada è umida, un tempo, a 18-20 anni ogni curva sarebbe stata una sfida, oggi si va giù tranquilli, solo un paio di sorpassi a macchine lente. Sono curioso di vedere giù a valle se gli alberi sono in fiore, comincio a scrutare anche il cielo che ormai è velato, il vento porta a spasso nuvoloni neri, ancora un po’ frastagliati, ma una botta d’acqua adesso è più probabile, se così sarà non mi divertirò tanto negli ultimi 10 km di discesa.

Ecco lo scalo di Baragiano, giro a destra e vedo subito che il vento non mi aiuterà molto in questo tratto, se devo averlo dietro meglio in salita penso. L’unico pesco quasi in fiore incontrato lo salto di slancio, ho 30 di media e finora sono andato di lusso. Ho incontrato solo un ciclista, faceva una gran fatica con il vento in faccia sulle ultime rampe di Picerno, l’ho salutato, ha risposto con un lieve cenno, lo so cosa pensa il ciclista in salita quando incrocia l’altro in discesa, quando non riesce neanche a togliere la mano dal manubrio.

Il tratto fino al ponte romano ha un grande fascino, la via Appia che ho appena iniziato è tutta bella ma nel fondovalle ci sono rigagnoli d’acqua e pochissime case e un senso di un tempo andato, con questo grigio sembra una foto in bianco e nero. La mimosa davanti a una casetta sulla sinistra è di un giallo intenso, vivissimo, la salita sta per iniziare, un’ora o poco meno di sofferenza, a me dosare lo sforzo. Temo gli ultimi kilometri tutti scoperti, lo so che faranno male. E poi la pioggia si avvicina, mi sa che la becco già in salita.

Salita bella piena, la attacco tranquillo, finiti i tempi in cui il computerino era uno stimolo e una condanna, ora l’obiettivo è arrivare bene in cima. E poi il vento è proprio forte, per ora sono sottocosta con qualche tratto di bosco, ma gli ultimi kilometri sono tutti scoperti e la strada gira molto. L’acqua si avvicina, ad aumentare il ritmo non provo neppure, il cardio non va ma tiro su il 21 – cosa rara e talvolta disonorevole per il ciclista vecchio stampo che sono – e vado tranquillo, il computerino cerco di non guardarlo, 14-15-16 quando il vento spinge, minchia se vado più piano, ricordo che quando la tiravamo si andava ai 25 e passa prima del paese.

Ruoti arriva subito, a volte i kilometri scorrono via lisci anche in salita, vado bene da solo ma poco poco sono con qualcuno allenato sto sempre col collo tirato, maledetta condanna quella del corridore che non vuole arrendersi. Poche persone in giro, una macchina ferma in mezzo alla strada, due che parlano uno dentro uno fuori la macchina, auto ferme in entrambe le direzioni, loro fanno finta di niente, faccio fatica anche io a passare con la mia vecchia Carrera, l’ultima bici del Pirata, un pensiero anche a lui in quest’ultima scalata, oggi sono 12 anni che ci ha lasciati, mai più riprovate quelle sensazioni da tifoso, io che qualche anno prima avevo corso parecchie volte col Panta.

Ruoti passa in un niente, una bella discesina con la strada bagnaticcia e il pensiero fisso agli ultimi 8 kilometri di salita, quelli duri anche senza vento figuriamoci oggi. In lontananza un bel gruppo di pale eoliche, le poche che ho incontrato finora giravano forte, facevano un gran rumore, inquietante.

Quello che ha in testa un ciclista in salita lo sa solo lui. Un milione di cose o anche nulla, il respiro il rapporto la buca ti alzi ti siedi la curva da tagliare possono assorbire completamente, ma in salita se sei solo la testa va, deve andare per non pensare alla fatica che ti aspetta. Per chi come me non riesce ad andare piano neanche con un triciclo tra le gambe, il tempo della salita è sempre un tempo lunghissimo, questa è una grande ingiustizia per il ciclista di ogni epoca, la salita dura sempre un’eternità, la discesa è un attimo e impone attenzione, ma chi sa dirmi quanto è lungo realmente un minuto di salita, rispetto a un minuto in discesa? Lo so non sono stato chiaro ma sono certo che è arrivata.

Gli ultimi kilometri, la casa color aragosta che annuncia lo scollinamento è ancora lontana, mi alzo sui pedali e sento la gamba molle, mi siedo, tiro di nuovo su il 21, non ci penso ma ci penso che pure stavolta non l’ho chiusa bene, ho un mandarino ancora in tasca che lo so che nessuno mangia i mandarini in bici ma neppure immaginate quanto è sugoso e piacevole, la banana l’ho buttata giù prima di Baragiano, come da manuale del buon ciclista, sempre un po’ prima di attaccare le salite. La borraccia non l’ho ancora presa in mano, comincio adesso, per distrarmi e non pensare, non sono in trance e anzi potrei tranquillamente allungare il percorso, solo che ormai piove e in cima c’è molto vento anche  freddo, dovrò fermarmi a rimettermi i guanti e la mantellina. Quella di non fermarmi è un’altra fissa che ho, mi piace rimettere il piede a terra solo sotto casa, quando è necessario una sosta veloce a una fontana ma nulla di più. A riavviarsi le mie gambe protestano sempre, in bici mangio mi vesto e mi svesto controllo il telefonino faccio pipì, quando è fresco potrei fare anche 4 ore senza scendere di bici, ma chi le fa più 4 ore?

Ci siamo quasi, qualche centinaio di metri e mi fermo, c’è troppo vento per infilare guanti e mantellina in bici. La tettoia incredibilmente sana del bus mi dà conforto, con le sue pareti scricchiolanti in plexiglass. Il vento fa un casino esagerato, se arriva la bufera su questa strada so cazzi. Faccio anche pipì, sarà la quarta, non so come fanno gli altri che non la fanno mai, io quando è un po’ freddo è una cosa assurda. Il mandarino non lo sbuccio, fa freddo e sono umidiccio, la pioggia non è tanta ma portata dal vento dà fastidio, tiro su gli occhiali, meglio guardarla bene la strada.

E infatti ci manca poco che non cado, è una cosa piuttosto rara, soprattutto se sono solo e non c’è traffico, ma la folata è molto forte e la ruota d’avanti sul dossetto in curva perde un attimo aderenza e quando atterra quasi si intraversa, se fosse stato asciutto l’avrei fatta molto più forte e chissà. Quando corro qualche rischio normalmente sono freddo e dopo qualche secondo mi sento le gambe di burro, stavolta non capita neppure, fa freddo il vento e la pioggia sferzano la faccia anche le scarpe cominciano a bagnarsi non ho messo neppure i copriscarpe. In questi casi fa bene essere in discesa, ci si concentra sulla strada e sulle curve, la bici va da sola a 40-50 all’ora, devo tenerla perché arrivare nelle curve a quella velocità sarebbe folle. E infatti sono a Potenza e poi a casa in un niente.

2 ore e mezzo di bici per 63 kilometri, 24 e rotti di media, quante volte mi sarà capitato con la mia bici da corsa di andare così piano, 5-10 volte, non di più. Eppure va benissimo così. E’ stata una piccola avventura, quasi un viaggio. Non sono stato mai veramente in difficoltà, anche la pioggia non mi ha dato tanto fastidio. E ho fatto pensieri belli, non capita mica sempre. A casa sgranocchio qualcosa e poi subito la doccia, quanto si apprezzano anche le minime cose a volte.

Maurizio

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